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Matalotta di pesci
Di alessandro (del 18/12/2009 @ 18:13:31, in Eleganza del merluzzo, linkato 439 volte)
Il lusso dei poveri è il tempo. Così ho letto da qualche parte. Tempo per lamentarsi, per dormire poco, per succhiare fiori di cardo bolliti o, peggio, per raccogliere lumache tra gli spini d’agosto, lasciarle spurgare col desiderio di abbuffarsi; tempo per pensare rivoluzioni, attuarle, magari fidandosi di chi tempo non ne ha, ecco, il lusso dei poveri è quello spazio che è anche mentale dove è possibile tutto, soggiacere o emanciparsi per diventare ricchi, dove la morte stessa o è oscena o è eleganza. Lusso di donne siciliane, che quando il marito stremava per le febbri, eran pronte a coricarsi con lui in eterno Lasciamo perdere che tipo di poveri. Piuttosto: la morte vista dai poveri. Per la morte di erbacce o per esteso di tutta la flora, beh, non ci si scomoda; per quella dei cristiani bisogna parlarne dopo essere risorti dai Cappuccini a Palermo; per quella del merluzzo bisogna essere preparati, ispirati e saperne, di cose. I poveri sanno ancora lordarsi gli occhi e le mani. E con queste dita nere bisogna pur fare da mangiare. Per sé e per gli altri. Un atto d’amore è cucinare per ospitalità, mica solo per sfamare. E’ un altro lusso di noi poveri sciocchi. Prendiamo il merluzzo come soluzione didattica; andiamo al mercato per prima cosa. Vedete, per acquistare un buon merluzzo è necessario avere giuste conoscenze: conoscere le persone giuste per avere in cambio del soldo quel che è doveroso ricevere, mica scemi. Il mio amico in questione, Tito, sacerdote diretto di Nettuno, somma conoscenza, lo posso incontrare ogni giorno, domenica compresa, dalle sette del mattino alle due del pomeriggio. Prima delle sette ad allestire il banco ci pensano figli, nipoti e ragazzi del rione, lui è anziano e ha diritto a riposare un po’ di più. Quando varchi la sua porta ed accedi al paradiso dei pesci, ti senti in mezzo al mare, se non altro per il profumo. Chi ha detto che il pesce puzza? Quello che vogliono rifilarci a noi poveri scemi sì, quello appena pescato profuma, come profuma il mare. Ma a ben guardare, il ghiaccio veste tutti i tipi di bestie, pescate in tutti i modi, perfino quelle allevate che non valgono niente e quelli che, non dico festeggiano il loro primo compleanno, ma insomma che proprio freschissime di morte non sono. A prima vista, non si capisce nulla: la catasta dei pesci dà spettacolo di colori e quando sono così disposti, sembrano urlare forse perché per davvero qualcuno vivo c’è ancora, tipo il prete, ottimo per tutte le zuppe, che sembra inebetito dai discorsi degli astanti, discorsi grassi sull’eccellenza e sull’acquolina, che odorano di fregola. Già, perché al mercato si va per corroborarsi, mica sempre per comprare. Torniamo alla catasta: è enorme perché siamo nel tempio della vista, qui è questo il senso che conta, Santa Lucia batte Santo Pio a colpi di lisca perché ci vede meglio, perciò più c’è pesce più viene voglia, e in mezzo a questo mare asciutto ci si ficca di tutto. In realtà ci sono logiche di disposizione. Ad esempio, ma non so perché, i merluzzi spesso sono in vista e abitano la parte superiore del banco. Io credo perché è un animale sacro associato ai malati; simbolo fallico per antonomasia che fa bene alla vita e alla vista. Ma ci sono due tipi di merluzzi, anzi tre. Il terzo è il merluzzo irrimediabilmente morto, quello che, vecchio, riesce proprio a non sapere di niente, è il merluzzo di cui ci attendiamo un ricordo di lucida argentatura, indotta ma non forzata, poiché è comunque quello che resta il più venduto. Il secondo è un pesce freschissimo e serissimo, di più: solenne nella sua compostezza; difficilmente se ne trovano “impazziti” cioè contorti per essersi resi conto della rete che li sta ammazzando. Quei pesci che vedete tutti torti, hanno vissuto i loro ultimi istanti in modo spaventoso. I pescivendoli esperti ve lo diranno e così eviterete di mangiarli crudi. Il mio pescivendolo mi dice: mangialo il pesce ridotto così ma sappi che gli è andato il veleno della pazzia nel sangue. Il primo è il merluzzo lodato da chi conosce e apprezza la morte. Il più temuto dal mondo borghese e dirò il perché. Difficile capire, bisogna fidarsi. Tirando su l’amo, la bestia è in preda all’embolia. La morte la sfigura, sopraggiungendo nel taglio della bocca che appare mostruosa, bocca ingombrata dalla bolla d’aria, corpo gonfio, annegato all’incontrario. Deve attrarre, la metamorfosi mostruosa. La bontà deve attraversare il non luogo della purezza del pesce. L’irrazionale e il demoniaco di questi tempi riescono a entrare appena dalla finestra giacché la porta è sbarrata. I poveri lasciano socchiusi gli infissi. I banali borghesi ridono del mio pescivendolo. Ma ne hanno timore. Altrimenti non avrebbero proibito con severità ai poveri di esistere. E per i poveri non esiste solo il tempo, esiste il desiderio ultimo che è la condizione mentale di poterlo godere in santa pace anche se si è brutti e male in arnese. Questo orrore è la bellezza perché è affidabile. Utile bellezza. Io compro l'animale gonfio. E il merluzzo dove andrà finire? Nella matalotta, insieme agli altri compagni di lisca. E per ogni bestia sarà necessario ripassare il rito. Per questo la matalotta è una zuppa di cui i borghesi hanno sempre più paura. Come di tutti i caciucchi del mondo! Temono vendette e l’unica zuppa di mare che osano mangiare è quella cara, e comunque solo a patto che non ci abbia le spine!