Iadranko cucina il napofrik e i pecorari sdentati del paese lo guardano fare come guardassero il figlio scemo a vent’anni giocare con le biglie. Da grande vorrebbe lavorare a Pag, alle saline, perché per lui le saline sono i campi del mare.
“Vedi, nella mia arte è difficile convincere i contemporanei del valore dell’innovazione. Chi mi da i soldi? Nella scienza succede il contrario, se non innovi non interessi, è più facile”. Questo dice il pittore cuciniere.
Gli acquarelli di Iadranko hanno i colori del pesce e della verza. Se ti avvicini al cartone senti l’odore forte dello stufato. A tradimento delle umili origini di siromasno, unto dal formaggio; in un paese che è un zajedno mesto, “ultimo luogo” come dire frazione ma lo dice meglio, non essere bogati cioè di Dio e dunque abbienti, vale a dire essere figli scemi, ma almeno ti lasciano in pace. Puoi mangiare pan di fichi e pan di sorbole, quello rosso, puoi andare a caccia di lepri e puoi spaccarle a metà come fossero sarde per grigliarle con più comodo, puoi andar a spigolare avanzi di granturco e di sicuro, sebbene poverissimo, puoi mangiare. Maiale è per tutti ma solo chi ha di meno aiuta i miseri. Qui è così.
“Fatti dare mezzo chilo di calamari e magari qualcosa di più; un chilo di verze ce le mette nonna Dumi; ruba due o tre patate e alla Dumi supplica erbe aromatiche e se ce l’ha, una cipolla. La nonna diceva sempre: scrivi attento e non ti distrarre perché la erre è corta e la elle è lunga e ti può cavare gli occhi”. Bello scrivere bene e il bimbo povero è stato il più bravo del paese e da scolaro cresciuto, al ritorno da Rjieka, ha portato con sé il primo libro.
Paul Nizan nel suo Aden ha suggerito a Iadranko qualcosa di grandioso a proposito del Quarnaro.
A pagina 90 è chiaro, tra la penisola del Sinai e l’isola di Socotra bisogna accettare una natura a cui gli uomini sono veramente estranei, non hanno alcun potere, dove le loro aspirazioni e i loro desideri non scuotono l’immobilità del deserto. Questa gente in Quarnaro, nell’isola di Cherso, fin qui nell’ultimo luogo di Dragosetiči, è come quella di Aden perché l’accidentato clima permette poche occasioni di sfruttamento della terra e da parte dell'uomo, di resistenza. Sulla impossibilità dei mulini si basa la fede nella fatalità.
“Lava e taglia a pezzi le foglie di verza lasciandole in attesa, da parte. Cura i calamari togliendogli l’osso, tagliando le parti lunghe a quadratini di circa tre centimetri di lato. Soffriggi tentacoli e pituia in abbondante olio, olio regalato da triestini; ah sì, la pituia è il sacchetto con quel liquido giallino che sta dentro queste bestie. E sta attento agli spruzzi dell’olio”.
Se un uomo può amare una cascata d’acqua e nello stesso tempo metterci sopra una turbina, non crederà che tutto è scritto. Spiega questo la fortuna dell’islam arrivato qui a due passi da noi, nello stesso Paese? E la deriva di questo cristianesimo verso i marchi tedeschi? Può spiegarlo? Ad Aden e a Dragosetiči, insomma in questi Orienti d’Occidente, si avverte un disarmonico modo di stare dell’uomo, dove al massimo quello che gli è consentito fare è cacciare mosche o fare il pastore, oppure allearsi con il fratello per un poco ma proprio poco di erba e di patate. Costruisce una cultura stanziale ma sostanzialmente precaria, pronta a muoversi come si muove l’erosione a seguito dei venti. Questo poté capire l’adolescente Iadranko.
“E dopo esserti difeso dagli spruzzi e hai portato a termine la rosolatura, versa nel tegame tanta acqua ma tanta quanto basta a lessare le verze e cioè, dico io, due o tre bicchieri. E quando quest’acqua bolle aggiungi come sempre il sale e getta dentro la verza e i pochi gusti aromatici della buona nonna che volle che io studiassi. Ci fosse del buon koromač, finocchio selvatico, ma non è tempo”.
Vicino ai grossi centri di questi Orienti dell’Ovest si incrostano imitazioni di poteri e di domini sulla terra. Non è un caso che l’influenza teutonica qui sia forte e indiscussa, in una terra senza dominio locale è facile e naturale ogni sfruttamento periferico. Non glielo hanno detto a scuola. Ogni materia “non eminente” era peso in meno in termini di chilogrammi, i professori stessi erano i primi a rendersene conto, a togliersi d’impiccio, per il loro bene e per quello di Iadranko, così non si è mai letta a scuola una pagina del libro di musica o del Vangelo.
“A metà cottura aggiungi le patate rubate tagliate a tocchi. Intanto prepara il brodetto con i resti dei calamari. Ammesso che ce li hai, fai imbiondire cipolla, aglio e prezzemolo e se non ce li hai nell’olio caldo ci metti i calamari tagliati a pezzi, ci aggiungi il sale e il pepe, salsa di pomodoro se è festa e poi acqua calda che non costa nulla per lasciar bollire fino a completa cottura”.
E lui si è fatto una storia scolastica sufficiente, perché ammaliato dalla fuga; finestre e balconi sempre aperti mostravano meglio le sirene. Per quegli insegnanti il reato è stato: omissione di soccorso ma spetta ora ai giovani giudicare il loro operato, d’istinto si aveva già processato e condannato.
“Alla fine, aggiungi il brodetto alle verze e servi caldissimo, con crostini di pane raffermo”. Con un profumo intenso, persistente di inverno, con un bagliore smorto di faro in pena, angustia di monti alle spalle, sono le dieci di sera, così l’ultima luce è sul mare, il cielo confonde tutto in un unico mistero. Con questo profumo di vento freddo arrivano i calamari.
Di questi tempi così freddi, portano poche cassette di calamari e le adagiano lì sulla piccola piazza di Dragosetiči. Sono i fratelli “Doppio” e “Triplo” a portarli. Ridono degli acquarelli ma non perché siano quelli di Iadranko ma perché poi alla fine puzzano sempre di pesce. Ti immagini appenderli in casa? Sono uomini che vengono da Pag, altra pietra frantumata di Dalmazia. Domattina tornano alle loro saline, i campi del mare. E’ difficile per un artista dimostrare di avere ragione, può sperare soltanto che gli altri lo pensino.