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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 13/09/2011 @ 15:30:32, in NEWS, linkato 169 volte)
Nel 2011 Eurochocolate diventa maggiorenne e, per festeggiare con tutti i golosi, ha in serbo un’edizione particolarmente ricca di novità e tanti appuntamenti al sapor di cioccolato.
“In questi diciotto anni -spiega Eugenio Guarducci, fondatore e attuale Presidente di Eurochocolate- non ci siamo mai fermati a “vivere di ricordi”, ma, anzi, da ogni esperienza siamo partiti per andare avanti e crescere. Possiamo dire che quest’anno Eurochocolate ha raggiunto la piena maturità, ma continueremo a lavorare per offrire sempre stimoli nuovi e attività diverse e interessanti.”
Fonte: EUROCHOCOLATE.COM
Di Admin (del 02/09/2011 @ 17:27:12, in NEWS, linkato 71 volte)
Un evento straordinario: Jannis Kounellis, Premio Cortona 2011, realizza un imponente site-specific-project a Palazzo Vagnotti per Cortonantiquaria:
l'antiquariato dialoga per la prima volta con l'arte contemporanea
Oltre 1000 pezzi d'antiquariato rari e preziosi
Jannis Kounellis riceve il premio Cortonantiquaria 2011 e regala un'installazione permanente a Palazzo Vagnotti, sede centrale della storica manifestazione Cortonantiquaria, che come ogni anno si svolge dal 27 agosto al 11 settembre. Un grande artista contemporaneo, appassionato di antiquariato e uno tra i maggiori esponenti della Land art, incontra una manifestazione che espone al pubblico pezzi di arredamento pregiati, che ci raccontano la storia, le abitudini, la cultura e i mestieri di un tempo. Il suo site-specific-project è destinato a divenire una delle bellezze imperdibili della città toscana. Tutte le notizie su http://www.cortonantiquaria.it
Di Admin (del 02/07/2011 @ 13:26:45, in NEWS, linkato 87 volte)
Un viaggio musicale con il grande Blues nel cuore verde d’Italia, tra affascinanti borghi medioevali e suggestivi scorci naturalistici che fanno da cornice ad oltre 30 concerti, ospitando i migliori interpreti internazionali di Blues e dintorni. Dodici giorni di concerti partendo dal Blues delle radici per giungere fino alle sonorità contemporanee all’insegna dell’innovazione e dell’avanguardia. Il filo conduttore è il Blues e le sue culture: dalla tradizione acustica delle origini al Blues elettrico, passando per il Soul, il Funk, il Rhythm’n’Blues ed il Rock, fino a giungere alle più recenti sperimentazioni che mescolano i vari generi ed alle sonorità del Nu Blues . Borghi medioevali e suggestivi scorci naturalistici ospiteranno più di 20 palcoscenici diversi con oltre 30 concerti dal tramonto all’alba, quasi tutti ad ingresso gratuito ad eccezione del concerto di Eugenio Finardi il 23 luglio nella meravigliosa Rocca medievale di Castiglione del Lago, quello di Raphael Gualazzi il 31 luglio nella cornice affascinante della restaurata piazza Sant’Agostino di Città della Pieve, nonché alcuni dei concerti della mezzanotte. Il calore della musica dell’anima si unisce alle bellezze artistiche e naturalistiche del Trasimeno, ove trascorrere giornate indimenticabili in uno spirito di gioia, pace ed armonia. Il viaggio musicale di Trasimeno Blues 2011 partirà giovedì 21 luglio alle ore 18.00 dall’ Isola Polvese con il concerto acustico dei Kozmic Blues e si concluderà domenica 1° agosto a Città della Pieve con i travolgenti pionieri del movimento e della scena musicale psichedelica di San Francisco, la leggendaria band di Janis Joplin, The Big Brother & The Holding Company. Altro appuntamento con la storia della musica è quello con la Randy Hansen Band, il più importante tributo a Jimi Hendrix esistente al mondo, il 29 luglio a Passignano. Il grande Blues contemporaneo, con tutte le sue declinazioni ad opera di straordinari interpreti dei diversi stili, sarà rappresentato dall’esplosiva blueswoman serba Ana Popovic; dall’autentico Blues di Chicago dell’armonicista Billy Branch in coppia con la superlativa Diunna Greenleaf; dal Blues viscerale e coinvolgente di Lurrie Bell e di Jimmy Burns; dal sound potente di Ivan Neville & Dumpstaphunk, che erpimono la più popolare dimensione musicale di New Orleans; dallo straordinario sassofonista e vocalist Waldo Weathers con Louisiana Mojo Queen e il groove irresistibile della Morblus Band.
Grande spazio al movimento del “Blues made in Umbria” tra realtà consolidate e nuovi talenti: Maurizio Pugno Large Band con la voce potente e suadente di Mz.Dee; la P-Funking Band, i Bluesindrome; la Martin’s Gumbo Blues Band; i Da Hand In The Middle. Ai concerti nelle piazze seguono, dopo la mezzanotte, altri strepitosi concerti, quasi tutti alla Darsena Bar Caffè, con le esibizioni, di Son of Dave, Shaolin Temple Defenders, Alligator Nail, Kokolo Afrobeat Orchestra, oltre ai già citati Bluesindrome e Da Hand in the Middle. Per gli appuntamenti pomeridiani il miglior Blues acustico italiano ed internazionale: Mark Hanna & Davide Pannozzo, Ty Le Blanc & Jazzy Soul, Terry “Harmonica Bean & Max Prandi, Veronica & The Red Wine Serenaders, Betta Blues Society. Infine, i migliori talenti emergenti italiani, One Man 100% Bluez e Paul Venturi & Max Sbaragli, apriranno i concerti rispettivamente di Lurrie Bell e Randy Hansen.
fonte Sito web ufficiale di Trasimeno Blues
Inutile parlar male della città. Di questa città, poi. Ce la facciamo a 180 all’ora, nei tratti discreti di Calabria per poter parlar male della città, non vediamo l’ora d’arrivare per parlarne a diritto. Lascio perdere, ora, che ho la ficodindia in mano. Sbucciata, ovvio. Ficodindia bianca che sembra fatta di marmo, ghiacciata, e sul tavolo un elegante bicchiere coi ricami e i ghirigori dell’oriente, carico di moscato frastornato di libeccio. E un dolce piatto alla mandorla e pistacchio, profumatissimo Quaresimale. Se le città sono capaci di tanto, perché parlarne? Sgalambro non si riconosce nell’immortalità ma nell’amortalità. Come bisogna comportarsi bene in chiesa. Tralasciando le norme del buon restauro delle tele, il parroco di Grosseto a proposito del canto, suggerisce anzi intima: se sei proprio stonato, quando gli altri cantano tu fallo sottovoce o solo col cuore, è meglio così. Se hai un bimbo con te, educalo alla preghiera ma sorveglia affinché non disturbi, può essere utile il ciucciotto. Ma quello su cui insisteva, perché gli era molto caro, era il dovere di osservare il silenzio più assoluto: la chiesa non è un luogo comune, peggio, non è un mercato. E lo ha intimato dando le spalle a una martoriata madonna che non puoi più pensarla o scriverla al maiuscolo, tanto era scolorita e astratta a forza di interventi conservativi. Peggio, non è un mercato. Io sono di fronte al mare, con la ficodindia ghiacciata (per lo meno mezzora fa), il moscato, il Quaresimale. Canto tra me e me l’Estaca di Lluis Llach e prego Iddio di liberarmi dal male. Sgalambro a proposito della fine, asserisce che la morte sfigurata delle mummie dei Cappuccini, a Palermo, è attrattiva per i poveri curiosi. Io ho capito che bisogna cantare ad alta voce e sempre, proprio dalle parole di Victor Hugo, che avranno informato anche i preti dunque, che la musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio. Ma che fino a quando si può, si deve usare la parola. Mio figlio, (il pene), lo faccio cavaddiare a letto, con la signora di sotto. I bambini quando cavaddianu, mica disturbano. Qui a Siracusa il pene è figurato come un bambino. In mezzo a due colonne c’è ubambineddu ca dormi. Il bambinello per eccellenza è Gesù. Blasfemo popolo. Che conosce bene le conseguenze di un matrimonio contratto, in bocca, da un moscato e una ficodindia. Non è un mercato. Peccato. Eppure il mercato mi ricorda l’esistenza di Dio. E mi ricorda che gli uomini, per mercantare, visto che la merce deve essere leale e mercantile per ogni commercio, hanno tutti la stessa età, la stessa riveribile esistenza e postura al cospetto del popolo e alle spalle di Dio. Dio si è fatto pesce un’infinità di volte altrimenti san Pietro non ci avrebbe visto chiaro. Gli uomini che celebrano la vendita sanno essere composti; sanno cantare; sanno fare l’eucarestia perché, magari non l’hanno letto, sanno che “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore”. Sanno, a vent’anni, quello che si saprà a cinquanta. I venditori al banco sono sciamani, sono eletti dagli spiriti. Quando non ci sarà più bisogno di religione, il mercato sarà un ipermercato. Cosa blatera quel prete di Grosseto. Qua deve venire, a confessarsi. E chiedere perdono agli ultimi che sezionano i tonni. Che parliamo male a fare, di Siracusa? Guardo il mare e mi vengono in mente i merluzzi fritti e mangiati a Jesi da una mia amica, ancora bambina: “Durante le scuole elementari e medie, periodo nefando della mia vita, c'erano dei venerdì magici: mamma cucinava il pesce e spesso si trovava a tavola un grande vassoio d'acciaio stracolmo di merluzzi fritti e un altro con i merluzzi al cartoccio. Lei amava molto questo pesce e al mercato lo comprava sempre freschissimo e a buon prezzo (perché interessava a pochi). Una volta lavato, lo asciugava con la carta lo apriva a libro e lo condiva con un intingolo fatto di olio, limone, aglio tritato, sale, pepe bianco e cumino macinato. Metteva quei corpicini profumati in una leccarda foderata di carta stagnola (oggi abbiamo la carta forno) e, una volta ricoperti di altrettanta carta d'alluminio, li infornava a temperature alte per pochi minuti. Nel frattempo si sarebbero cotti in camera di vapore. Una volta aperto il forno, la cucina veniva invasa da vapore profumato che, anziché vedere dalle finestre i grigi palazzi condominiali, si immaginavano le cucine arabe con vista sul deserto, con bianche tende circondate da palme e ruminanti cammelli nelle vicinanze. Papà contribuiva allo scenario con dell'ottimo verdicchio dei castelli iesini. Ma son sicura che ci si possa abbinare anche un Trasimeno o un Riesling. Che non si offenda il Traminer, altro signore dei calici.” Bisogna immaginare sempre per assaporare meglio. Cammelli, deserti. Qui, né cammelli né deserti, ma ogni casa è il giusto sepolcro per il pesce; in questo focolare ci sta bene la cernia, in quello il capone, in quell’altro il cefalo. Il pesce abita qui, quando vuole esce dall’acqua e se ne va a spasso per Ortigia; certo, non è che si fa vedere spesso, però di notte, io ci faccio caso e d’altra parte le migliori verità si dicono al buio come tra le coltri dell’amore. Provo indifferenza per i reati di fede. E chi commette reati mi confida che tanto è lo stesso, dipende dagli alibi se farli o non farli. Mi sollevo quel poco che può servire a vedere meglio la costa indiavolata. Era tempo che non si vedeva un mare così arrabbiato. Libici ca mai beni fici e se beni fici nun fu libici. Lo scioglilingua alibi condanna il libeccio: se è stato fatto del bene ai pescatori, non è stato di certo grazie al libeccio. Di proverbio in proverbio è stata la vita di mia madre che del mare si accontentava il pensiero. Io almeno lo guardo, ogni giorno; e mi stempera la paura che ho di esso la lettura di donne come le Hekura che con il mare esercitano un patto di totale complicità; Ortigia bisogna capire che è una vera città di mare ed è in questo luogo perché le opportunità son sembrate chiare a tutti quelli che vennero per la prima volta. Oggi i suoi abitanti però ci stanno in affitto e chi ha comprato, di recente, non è abitante. Di proverbio in proverbio, di indovinello in indovinello ci si perde la testa: come diceva il poeta, ci si spensa. Il bicchiere ha un tremolio. Un’altra ficodindia è pronta nel frigo. Lévati, non mi toccare, non ti avvicinare. Ora mi spoglio e ti faccio spinsari.
Di Admin (del 02/04/2011 @ 18:59:55, in NEWS, linkato 142 volte)
A Castiglione del Lago il tradizionale appuntamento con la magia del volo in tutte le sue declinazioni! Una rassegna internazionale dedicata ad aquiloni e mongolfiere, contenitore di eventi, che si svolge tra il centro strorico e i cento ettari dell'aeroporto "Eleuteri" nel cuore del parco del Trasimeno. Tutte le informazioni su http://www.coloriamoicieli.com
Di Admin (del 20/03/2011 @ 12:59:55, in NEWS, linkato 153 volte)
Primo Appuntamento di Primavera sul Lago Trasimeno: Sfilata di carri addobbati con tulipani, corteo storico folklore e gastronomia tipica. Tutte le info su www.festadeltulipano.it
Di Lirio (del 13/03/2011 @ 10:43:09, in ricette, linkato 242 volte)
Ingredienti per 8 persone :
500 gr. di cicerchie*
300 gr. di farro
n° 4 foglie di cavolo nero (le più tenere)
n° 1 cipolla
n° 1 gambo di sedano
n° 1 carota
n° 3 spicchi d'aglio
n° 8 fette di pane casereccio
n° 2 cucchiaini di concentrato di pomodoro
qb. brodo vegetale
qb. trito aromatico rosmarino, salvia
qb. olio extravergine d'oliva
qb. sale e pepe
*Legume tipico umbro coltivato prevalentemente nell'Orvietano
Procedimento:
Mettere a bagno separatamente il farro e le cicerchie per almeno 12 ore.
Fate un battuto, tritando finemente cipolla, sedano, carota e due spicchi d'aglio e fate imbiondire in quattro cucchiai d'olio extravergine.
Aggiungete le cicerchie che avete precedentemente scolato e sciacquato dall'acqua d'ammollo, fatele rosolare nel battuto e copritele con qualche mestolo di brodo vegetale caldo; proseguite la cottura per una trentina di minuti.
Aggiungete il concentrato di pomodoro disciolto nel brodo vegetale e quindi il farro anch'esso scolato e sciacquato.
Aggiungete del brodo caldo e proseguite la cottura per ancora almeno 30 minuti.
Tagliare a strisce sottilissime le foglie di cavolo nero, unitele al tutto, premurandovi di aggiungere brodo affinchè la zuppa non si asciughi troppo e verso fine cottura, aggingete anche il trito aromatico di rosmarino e salvia.
Intanto fate tostare in forno le fette di pane casereccio e sfregatele abbondantemente d'aglio, disponendole nella fondina o nel piatto che accoglierà la zuppa.
Versate la zuppa caldissima nella fondina ( o nel piatto) e completate con l'immancabile olio extravergine versato a filo.
Di Admin (del 07/03/2011 @ 15:26:04, in NEWS, linkato 214 volte)
Tre grandi mostre dall'American Museum of Natural History of New York
Dinosauri - fino al 25 Aprile 2011 a Gubbio, Palazzo dei consoli
Oltre a fossili originali e ricostruzioni di scheletri, una carrellata di ecosistemi preistorici nei quali i dinosauri hanno vissuto, diorami di grandi dimensioni che aiutano a comprendere come il pianeta si sia trasformato e come queste trasformazioni abbiano influito sull’esistenza delle “terribili lucertole”.
Clima - fino al 5 Giugno a Perugia, Palazzo Baldeschi
La mostra presenta le più aggiornate ricerche sui cambiamenti climatici e analizza le conseguenze che questi potrebbero avere sul nostro futuro: istallazioni interattive, immagini e diorami
Acqua - fino al 15 Maggio ad Assisi, Palazzo Bonacquisti
Strumenti interattivi e ambienti immersivi come la parete d’acqua che si attraversa per entrare in mostra, fanno vivere ai visitatori l’esperienza diretta dell’importanza dell’acqua nella natura e nella vita quotidiana
“Sono storie, storie che esistono nelle storie,
mentre la vita scorre, tanto per citare me stesso,
nel corso del tempo, senza bisogno di creare
altre storie”
Friedrich Munro (Patrick Bauchau)
“Sempre la stessa regola che ho cercato di spiegarti,
senza un soggetto sei morto, non puoi metter su un film
senza soggetto, tenteresti di costruire una casa senza i muri
e lo stesso, non puoi costruire una casa senza i muri,
un film deve avere i suoi muri, deve avere i suoi muri, lo sai...”
Gordon (Allen Goorvitz)
Mi piace molto chiacchierare di cinema e di tutti i suoi aspetti con il mio carissimo amico Stefano, ma purtroppo non mi capita spesso ultimamente.
Di solito ci facciamo guidare da un buon vino rosso e discorrendo e divagando, si fanno volentieri le ore piccole.
L'ultima chiacchierata aveva come argomento Wim Wenders e in particolare il suo film Lo stato delle cose del 1982.
Eravamo concordi su di un punto specifico, quel film rappresentava uno spartiacque decisivo per l'autore tedesco.
Stefano, che grazie ad una storica retrospettiva al Cinema Alfieri di Firenze aveva avuto l'opportunita' di vedere i film degli esordi, compreso i primi rarissimi cortometraggi (3 Americanische lp's, Summer in the city, Same player shoots again), ci intravedeva la fine del Wenders più intimo e minimale, quello che aveva prodotto i film della trilogia del viaggio: Alice nella citta', Falso Movimento e Nel corso del tempo.
Per me rappresentava più semplicemente il primo film d'autore visto al cinema .
In quel periodo Wenders, che come gli altri autori del nascente “Nuovo Cinema Tedesco”, Werner Herzog e Rainer Werner Fassbinder, aveva nella cultura proveniente dagli Stati Uniti un costante punto di riferimento, ma stilisticamente erano senz'altro più vicini alla grande tradizione del cinema Europeo .
La ricerca di un nuovo linguaggio stilistico e di un punto di contatto tra i modi di intendere il cinema lo porterà ad affrontare professionalmente delle durissime sfide, che sfoceranno in quei film
“dolorosi” come La lettera scarlatta dal classico di Nathaniel Hawthorne, L'amico americano tratto dal romanzo Ripley's Game della amata Patricia Highsmith, e Lampi sull'acqua dove raccontava in una mistura di fiction e realtà la malattia e la morte di Nicholas Ray, fino alla travagliata realizzazione di Hammet: Indagine a Chinatown tratto dal romanzo noir di Joe Gores.
Proprio a seguito dello stop imposto da Francis Ford Coppola produttore del film, profondamente insoddisfatto da come Wenders aveva impostato il copione e dalla scelta del casting, si ritrova “disoccupato”.
Raggiunge l'amico regista Raul Ruiz che stava girando con la sua troupe il film The Territory nella spiaggia atlantica di Sintra non lontano da Lisbona, portando in dono della preziosa pellicola necessaria per poter terminare la lavorazione visto che la produzione versava in gravi difficoltà economiche.
Un imponente e fatiscente albergo quasi completamente “divorato”
dalle mareggiate e quella spiaggia costantemente battuta dal vento e soprattutto la sua situazione emotiva e professionale, gli suggeriscono la sua nuova storia.
In un paesaggio desolato si aggirano apparentemente senza meta un gruppo di persone scampate ad un disastro nucleare.
Dopo un lungo peregrinare, giungono in una spiaggia battuta dal vento e come d'incanto, con un improvviso cambio di colore(da un color seppia ad uno splendido bianco e nero), ci ritroviamo in mezzo alla lavorazione di un film e più specificatamente nel remake di un classico della fantascienza The must dangerous man alive di Allan Dawn, che il regista tedesco Friedrich(Fritz) Munro (Patrick Bauchau) sta girando in Portogallo.
Le riprese si interrompono quando il cameraman(sembra più il direttore della fotografia, ma nei titoli di coda...) è Joe Colby (Samuel Fuller)
comunica la fine della pellicola ed il conseguente stop della lavorazione del film; Fritz e Colby cercano di rintracciare invano il produttore, ma Gordon( Allen Goorvitz) è da giorni irreperibile.
Dopo un comprensibile smarrimento iniziale, gli attori e la troupe, senza stipendio né mezzi, accettano di aspettare l'evoluzione degli avvenimenti nell'albergo sulla spiaggia dove aveva base la produzione, ognuno impiegando come può l'estenuante tempo libero.
Il più inquieto e provato dalla situazione appare il giovane sceneggiatore Dennis (Paul Getty III).
Nel frattempo Colby, ricevuta la notizia della morte della moglie, da tempo ricoverata in ospedale, rientra a Los Angeles.
Fritz si reca nella residenza portoghese di Gordon con la vana speranza di trovare tracce del produttore; vi trova invece Dennis che gli svela alcuni retroscena che lo riguardano personalmente, mostrandogli alcune fasi della lavorazione del film riprodotte su di un computer.
La sera durante la cena, Fritz comunica l'intenzione di recarsi a Los Angeles sulle traccie di Gordon.
Arrivato in città Fritz non riesce ad avere notizie utili, sia la segretaria di produzione (Martine Getty) sia l'avvocato (Roger Corman) non gli sono d'aiuto.
Riesce a scoprire qualcosa solo dopo l'incontro con Karen (Janet Rasack) la quale lo informa che solo grazie all'apporto finanziario del fidanzato Dennis, che si è per questo fortemente indebitato, si sono potute effettuare le ultime settimane di lavorazione in Portogallo.
Comincia a delinearsi il quadro della situazione, che si fa più chiaro quando Fritz, facendo visita a Colby, scopre che Gordon ha utilizzato il “denaro sporco” di una organizzazione criminale per realizzare il film ed ora, insoddisfatti dell'esito, gli stanno dando la caccia con l'intento di ucciderlo.
Ma il destino vuole che la sera stessa in un autogrill Fritz si imbatta casualmente nel camper che fa da rifugio a Gordon, il quale lo invita a salire.
Così, girovagando senza meta nella Los Angeles notturna, i due hanno modo di chiarirsi e di conversare confrontandosi sulle diverse concezioni e sul significato di “Fare Cinema”.
All'alba, rientrando all'autogrill, i due si salutano.
All'improvviso però si sente uno sparo e Gordon si accascia ferito mortalmente.
Fritz, preso dal panico, filma intorno a sé la scena con la sua piccola camera, ma un secondo sparo uccide anche lui.
Il film termina con l'immagine di una macchina nera che sfreccia via dalla scena.
“Le storie sono portatrici di Morte, Todenboten” recitava Fritz in una delle sue ultime battute del film spiegando così il suo punto di vista “Europeo” al produttore Americano.
I chiari riferimenti alla vicenda personale, il nome stesso del protagonista, omaggio ai due registi tedeschi che hanno trovato fortuna fuori dalla patria ( Friedrich Wilhelm Murnau e Fritz Lang), ne fanno una efficace allegoria del mondo professionale della ”Settima Arte”.
La scelta del finale “Noir” e la presenza come attore di una icona come Samuel Fuller che già aveva recitato insieme ad Nicholas Ray, nel suo precedente lungometraggio L'amico americano, non sono altro che un omaggio personale a quel mondo affascinante e unico.
Nel film compare in un cameo, anche il regista della off Hollywood, Roger Corman.
Una curiosità, Wenders ha scelto delle parti non proprio edificanti per i suoi “Maestri”, cosa che qualche anno dopo fece anche John Landis nel film Tutto in una notte, dove gli spietati killer e criminali di mezza tacca non erano altro che illustri colleghi come Roger Vadim, Paul Mazursky, Lawrence Kasdan, Don Siegel, David Cronemberg e lo stesso Landis, nella parte di un goffo killer arabo.
Il film che vinse il Leone d'Oro a Venezia nel 1982 è affascinante per molti aspetti: la sceneggiatura e lo svolgimento originale della trama, la splendida fotografia affidata al maestro Henri Alekan, direttore di registi del calibro di Marcel Carnè, Abel Gance e Jean Cocteau, la scelta dei protagonisti e la cura minuziosa nella descrizione dei personaggi ne fanno un piccolo e raffinato capolavoro.
In aggiunta anche una efficace colonna sonora con musicisti come Joe Ely, David Blue ,The Del Byzantinees e soprattutto due canzoni di una delle mie Band preferite degli anni ottanta, gli x di Exene Cervenka e John Doe.
Certo questo film rappresenta davvero un cambio di passo del regista, che mette a frutto in pieno le lezioni imparate dall'industria Hollywoodiana, ma non ne rimane totalmente succube.
Anzi, darà prova in seguito con il suo “ritorno” europeo di una più matura visione delle cose.
“La morte Fritz, non c'è nient'altro, è la più grande
storia del Mondo, seconda soltanto alle storie d'amore”
Gordon( Allen Goorvitz)
I primi rumeni della mia vita sono stati croati. Il vento, a Mune, spazza tutta la polvere e tormenta i radi cespugli, questo è il Carso come doveva apparire agli occhi dei triestini che andavano in gita fino a metà del 900. Solo che qui non è esattamente carso triestino, è Ciceria, e il territorio vicino alla città giuliana è ormai curato e alberato a gusto della civiltà. Ma i carsi per natura sono selvaggi e Mune è una piccola città di selvaggi, per loro fortuna con un nome che voleva dire suora.
I cici di oggi arrivarono dall’est a spalar carbone. Erano malvestiti e neri, le case modeste, gli slavi fumavano le loro cose a distanza. Nei Balcani è successo spesso di sgobbare osservati da impassibili fumatori.
Non interessa a nessuno sapere le ragioni che hanno spinto rumeni in una landa carsica in quella che separa il rigore continentale (Slovenia) dai miti godimenti mediterranei (Croazia), noi siamo stati più curiosi, allettati dai cibi diversi, dalle musiche. Non siamo mai indifferenti e incazzati coi vicini. Dico noi nel senso di me, mia moglie e un caro amico siciliano venuto a trovarci agli albori della guerra delle Krajne. Fino ad allora, per raggiungere i Cici, passavo dalla Slovenia alla Croazia via Podgorie e Vodize, entravo senza accorgermi in Croazia e poi scendevo per una vecchia strada ancora con le pietre miliari degli italiani, fino a Brest, Olmeto, la porta della Romania slava. Dopo la separazione slovena, nel 91, spuntò una roulotte a Vodize, i poliziotti croati ci guardavano di sbieco, sonnecchiando, senza chiederci nulla. Dopo un mese cominciarono a chiedere i documenti, dopo ancora un mese la strada fu chiusa. Per raggiungere il micropaese dei Cici si dovevano ormai fare due confini e un giro esagerato tra colli e monti dell’entroterra istriano. Due confini, esattamente come una volta, per raggiungere la Romania attraverso la Jugoslavia.
I primi rumeni, croati. Non aver da mangiare con sé, per i Balcani, vuol dire credere in Dio, in tutte le lingue; è gentilissima preghiera e atto dovuto alla squisitezza umana. Perché portarsi da mangiare se ce n’è? E a Brest, esatto, Brest come quell’altra famosa di Bretagna, a Brest siamo giunti affamati ma senza ansia, una vecchia signora sopraggiunge nell’ora calda, dal basso della via, a chiedere se c’era posta. Non sono il postino, nessuno di noi lo è. E la vecchia resta un minuto a riposare guardandosi in giro, esitante e dispiaciuta. “Dove si può mangiare, signora?” e riavutasi chiama una bimba in un italiano sdentato per farci scortare a casa di una coetanea, al fondo del villaggio. “Se ha le mucche, avrà da mangiare.”
Ha le mucche e ha da mangiare. La bella signora in bianco e nero ci regala un sorriso e il pane appena sfornato. Ma cacio e puina cioè la ricotta tenuta da conto in una calza a seccare, sono per comprare. Per noi è anche un mestolo di pasta scotta. La sua stanza la letto è l’universo mondo. Il letto, la stufa, il comò coi cassetti per la puina, le mensole per il formaggio, il tavolo per il pane, il focolare per il calderone. Calderone piccolo, in verità. La signora governa due mucche. Si mangia parlando della guerra. Si parla guardando la dolina e la piccola Romania che da qui si vede tutta. “E siete di Sicilia…”, sì, siamo di Sicilia, ma ce ne siamo dimenticati, perché quando vola sul mondo all’uccello non basta più il nido, “Siete di Sicilia come Giovanni, di Caltanisetta…” e il mio amico si perde in quel lungo nome di nido, “Come Giovanni che dopo l’armistizio mio padre lo prese in stalla per salvarlo…” e ci guardiamo imbarazzati e impediti dal credere, “Come Giovanni che mi ha scritto le lettere più belle e che non ho più rivisto.”
I primi rumeni sono una signora e due mucche, croate. Una signora che parla l’italiano della scuola elementare del Regno d’Italia. I rumeni di Croazia, dell’Istria Bianca, assieme ai Morlacchi arrivarono qui spinti dai Turchi e mischiandosi coi ladini d’Istria, fecero nascere una lingua matta, l’istrorumeno. Facevano e vendevano carbone. Rubavano bestiame. Si facevano odiare per poi farsi amare donando gioia agre. Scambiavano formaggio e carbone con il vino della Bassa, per farne formidabile aceto. Una piccola ricchezza ai piedi di quella montagna che i bambini immaginavano già Carpazi, il Planik.
La donna racconta la sua storia, il piatto in mano, gli occhi lustri. E’ bellissimo commuoversi cibandosi. Se poi il tramonto è di fuoco, è sublime piangere come vitelli ruttando e sbuffando. Facendo finta di essere grandi, abbiamo 5 o 6 anni. La sua è una storia d’amore antico sopravvissuto, come il piccolo ritratto di un fante, con i fumi e gli odori della puina.
La puina è la ricotta, sempre presente e da sempre sulle tavole dell’Istria. Non è da considerarsi un vero e proprio formaggio, perché si ottiene dal zor, cioè dal latte che rimane dopo aver fatto il formaggio. A questo zor, rimasto nella stagnada dopo la produzione del formaggio, si aggiunge fino a mezzo litro di latte ed il tutto viene fatto bollire ad 80° C. A questa temperatura le proteine cominciano a separarsi e formano in superficie un lago increspato da piccoli fiocchi. All’apparire di questa fioritura viene interrotto il mescolamento e viene sospesa la cottura. Con una schiumarola viene estratta la puina, che viene messa solitamente in un sacchetto di garza bianca dove asciugherà prendendo la tradizionale forma ovoidale. Ma questa puina di oggi è estratta da una vera e propria calza femminile, coerentemente custodita e messa in serbo in un cassetto.
Mangiato e asciugate le lacrime, la buona signora non metterà fine allo strazio. Sa poche cose delle sue radici singolari, imparate nell’unica scuola del Regno che insegnava la lingua rumena. E sa questa favola che raccontava papà:
Un uomo era molto povero e non aveva da dare da mangiare ai suoi figli, e cosa pensò, che ucciderà un figlio per sfamare gli altri.
Andò nel bosco con la scure per tagliare la legna, con la quale avrebbe cucinato quel ragazzo che avrebbe ucciso per darlo da mangiare agli altri.
Il Signore e San Pietro lo incontrarono dove tagliava la legna. Il Signore gli chiese: “Cosa vuoi fare con questa legna?” Lui si vergognò di dire la verità, e perciò non disse nulla.
Allora il Signore disse: “Io lo so cosa pensi di fare”. Il povero disse “Io sono molto povero, voglio uccidere un figlio e poi cucinarlo affinché gli altri non mi muoiano di fame”.
Perciò il Signore disse: “Vai a quella quercia e colpisci il tronco con la scure, ma solamente per due volte”.
Andò alla quercia e la colpì. Allora scorsero fuori dalla quercia soldi.
La colpì la seconda volta; allora scorsero fuori ancor di più soldi. E lui colpì ancora per una terza volta senza rispettare l’ordine. Il Signore gli disse: “Perché hai fatto di più, di quello che ti avevo ordinato?” Ma lo perdonò perché sapeva che era povero. Ed egli è andato a casa coi soldi.
E si è fatto una grande ricchezza ed anche una grande casa e si è aperto una locanda.
Io non so quanto tempo dopo, è arrivato il Signore e San Pietro chiedendo di avere un posto da dormire. Ma egli ha detto loro che non aveva posto per farli dormire.
La seconda volta ha mandato San Pietro indietro affinché lo preghi di lasciarli dormire. Ed il servitore ha detto al padrone che quei poveracci sono ritornati per pregare se li lasciava dormire.
Lui disse che potevano dormire la dove dormono i maiali nel porcile. Quella notte il servitore aveva dormito male ed aveva visto il porcile dove loro dormivano.
Quel porcile non aveva mai avuto un così bell’aspetto come quella volta ed il servitore andò dal padrone e disse: “Padrone, non ho mai visto una tale bellezza come quella che era nel nostro porcile.
Il padrone disse: “Vai da loro e digli che lascino che rimanga sempre così bello”. Il Signore disse: “Vai da lui e digli al tuo padrone che è un maiale e che un maiale sarà”.
E questa volta rimase un maiale.
Il testo di questo racconto in istrorumeno è tratto da “Graiul nostru” – texte din toate partile locuite de români – publicate de I.A. Cadrea Ov Densusianu, Th. D, Sperantia – Ed. “Ateliere Grafice Socec & Co, Societate Anonima – Bucureşti 1908 pag. 157/158
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