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Pian di Marte
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Lirio (del 27/08/2010 @ 11:40:16, in Nutrire (Cinema,musica cibo e poesia), linkato 52 volte)
In una spiaggia poco serena,camminavano un uomo e una donna
e su di loro la vasta ombra di un dilemma...
(Giogio Gaber Il dilemma)

L'altro giorno, mentre stavo scegliendo il film da proporre nella rubrica, ascoltavo una canzone di Giorgio Gaber che si intitola Il dilemma.

Una ballata tragica; la storia di due personaggi delusi, in balia dei sentimenti; troppo fragili per affrontare una societ rigida ed esigente come quella dei Magnifici anni Ottanta.

Anni affollati come recitava il titolo dello spettacolo del 1981, da cui tratta la canzone.

I personaggi vivono l'infrangersi della loro piccola utopia, la fine dei loro sogni, comuni e personali, in un contesto che richiedeva a gran voce progresso e partecipazione, ma che non dava reali possibilit di concretizzare nulla di tutto ci.

Nella canzone, al culmine della presa di coscienza del fallimento, si danno la morte.

Non ho mai capito se Il Sig.G ci ha raccontato solo la loro morte corporea o , metaforicamente, la fine inderogabile del sogno.

Ben pi chiaro il messaggio di un'altra memorabile canzone:

Albergo a Ore, del compianto Herbert Pagani, pi nota nella versione di Ornella Vanoni.

L'epilogo pi shaksperiano, pi crudele e poetico allo stesso tempo.

L'associazione logica stata subito:

Zabrieskie Point di Michelangelo Antonioni.

Un film per me controverso, bello esteticamente, per carit, ma con difetti di consistenza.

Fotografata in maniera sublime dal maestro Alfio Contini, con una colonna sonora lussuosa, che vanta nomi come Pink Floyd, Greatiful Dead, Rolling Stones, quest'opera contiene un non disprezzabile messaggio rivoluzionario ed anticapitalistico.

Peccato che sia recitato (male) da attori poco espressivi (compare persino Harrison Ford, in una delle sue prime esperienze cinematografiche).

Antonioni chiedeva agli attori di spersonalizzarsi, lavorando sui primi piani in maniera minuziosa. Studio accurato delle luci e soprattutto sull'espressivit, accentuando e smaterializzando le loro naturali caratteristiche.

Certo, finch poteva lavorare con Monica Vitti (divina nel primo Antonioni), Jeanne Moreau, Lea Massari, Alain Delon, Marcello Mastroianni Gabriele Ferzetti , il gioco era facile.

Ed allora, ennesimo dilemma, di cosa parlo ?

Mi dirigo col pensiero su un'altro mio punto di riferimento:

Eric Rohmer.

Combinazione vuole che grazie ad una foto (un ritratto di Diane Baratier) scelta per il mio profilo personale di Facebook, mi si presenti l'occasione di parlare amabilmente con l'amica Patty di un film che amo e che si intitola Il ginocchio di Claire.

Ma, contemporaneamente, per un gioco strano del destino, mi viene postato da una nuova e preziosa amica (Anna Rita) un film che invece ho amato meno, dal titolo

La mia notte con Maud.

Ecco, un altro dilemma.

Che faccio? ricerco il vecchio vhs, lo spolvero ma mi si presenta l' ostacolo pi grosso, devo trovare 110 minuti pari alla durata del film (arduo in questo periodo).

Cerco un compromesso (antipatico) e lo guardo a spezzatino.

Ma, con stupore, riscopro un piccolo capolavoro.

La storia come al solito semplice :

C' un giovane ingegnere di Clemont-Ferrand (Jean- Louis Trintignan) affascinato dalla giovane Francoise (Marie-Christine Barrault) notata in chiesa.

La sera di natale, a casa dell'amico filosofo Vidal (Antoine Vitez), incontra Maud (Francoise Fabian).

Bella, inteligente e libera di pensiero, ma terribilmente divorziata.

Jean Louis rimane ovviamente colpito; ma quella condizione e soprattutto la libert ostentata di Maud, fa traballare il suo perbenismo cattolico.

Per una serie fortuite di circostanze, sono costretti a passare la notte insieme.

Dopo un turbine di sentimenti e passionalit represse, si concederanno un solo bacio.

Si rincontreranno dopo cinque anni.

Lui felicemente (?) sposato con Francoise e Maud ancora sola .

In questo sottile racconto morale il terzo della serie six contes moraux datato 1969.

I dialoghi sono perfetti, i personaggi parlano con un linguaggio totale, anche corporeo ; la sequenza del loro reincontro memorabile.

Una geometria perfetta tra sguardi e piccoli gesti.

Rohmer racconta oltre: lo sguardo dominante di Francoise, quello altero di Maud e quel misto di imbarazzo e soddisfazione di Jean Louis.

Lui che colpito dal dilemma (appunto), sceglie un porto sicuro (Francoise) ma sconosciuto, piuttosto che una navigazione in mare aperto, in un ambiente magari fantastico (Maud) e conosciuto , ma con le probabili difficolt che un rapporto maturo ed emancipato puo' presentare al suo essere pio e retto.

Jean Louis si stringe alla sua morale cattolica, piuttosto che immergersi in un altra realtà meno sicura, ma più coinvolgente (il marxismo?).

E scioglie cosi' il suo dilemma.

Il film un esempio di scrittura sublime; da ricordare anche una disquisizione su di una teoria di Pascal (che non conoscevo, ovviamente...) che riguarda la vita sociale, le azioni politiche, la storia e della mancanza di senso della stessa.

Gustosa come tutto il film.

Forse con questo mio piccolo omaggio, sono venuto a capo di almeno uno dei miei tanti dilemmi: quale film per questo post?
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Di Admin (del 26/08/2010 @ 12:03:16, in NEWS, linkato 13 volte)

Istituito nel 1968, il Festival delle Nazioni è uno degli appuntamenti musicali più importanti in Italia. La manifestazione, giunta alla 43° edizione, si caratterizza per la presenza in ogni edizione di una nazione ospite che presenta formazioni di prestigio internazionale attraverso scelte artistiche di grande rigore e qualità, nell’ambito di una ricerca musicologica che privilegia rare esecuzioni e opere prime sempre mantenendo desta l’attenzione nei confronti della musica contemporanea onde favorirne la produzione e la divulgazione, consapevoli dell’importanza che essa riveste quale espressione artistica del nostro tempo. Il Festival, pur mantenendo centrale l’asse musicale, si muove su più ambiti artistici con una pluralità di interventi, teatro, danza, arti visive in grado di rappresentare al meglio la peculiarità della nazione ospite.

www.festivalnazioni.com

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Di Admin (del 26/08/2010 @ 11:53:49, in NEWS, linkato 10 volte)

Dieci appuntamenti in cui i profumi e i sapori della del vino e dei prodotti tipici del Trasimeno si associano alle atmosfere musicali che caratterizzano Trasimeno Blues. Il viaggio musicale offre una serie di opportunità per riscoprire luoghi e tradizioni del lago Trasimeno. Gli appuntamenti si svolgeranno tutti i sabati fino al 30 ottobre grazie al sodalizio di Trasimeno Blues con la Strada del Vino dei Colli del Trasimeno.

Maggiori informazioni su www.trasimenoblues.it

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Di alessandro (del 31/07/2010 @ 18:57:42, in Eleganza del merluzzo, linkato 42 volte)

Ciao carissimi, vi mando tutto quello che ha detto la nonna Klein, regina del gefilte fish, ma senza dosi e un po' a occhio.

CARPA - Non tagliare la pancia, tagliare solo la testa, e attenti alla bile.

Mettere a bollire delle cipolle in acqua, farle bollire a lungo, con sale, pepe e poco zucchero.

Mettere nel brodo che si sarà fatto, il pesce già ripieno, tagliato a fette - da crudo, per 35-40 minuti.

Far bollire a parte la testa e le lische del pesce che si userà per il ripieno, a lungo, questo brodo farà una bella gelatina.

RIPIENO - Branzino, salmone, pesce persico, quello che si trova, tritato a crudo con pane grattugiato, o mollica bagnata, sale, pepe, uovo crudo, magari aggiungere un altro rosso se necessario per tenere il ripieno, mezzo dado.

Riempire la carpa, tagliare a fette a crudo, e mettere nell'acqua delle cipolle.

Quando è fatto, aggiungere il brodo-gelatina.

Mettere in frigo quando è freddo.

Buon appetito.

Bacioni

Rosella


Dalla mail non risulta chiarissimo il procedimento ma l’idea è resa sufficientemente. La carpa non va nascosta ma il suo gusto sì. All’incontrario, mi vengono in mente alcuni cibi travestiti, la cioccolata che a seconda dei casi diventa pesce, santo, frutto; ma anche il pane; e che dire dell’arancino che è apparentemente il solare agrume ma in verità è una palla di riso; o delle rose persiane di melanzana zuppe di melassa di melograno. Mia moglie ieri ha preparato una mousse di ricotta e barbabietola che a vederla giuravi fosse un gelato di mirtillo.

La carpa non va nascosta nella ricetta di nonna Klein ma in altre preparazioni assolutamente sì: del gefilte fish in parecchie tavole del mondo rimane appena il ripieno.

Se ne dicono tante sul suo conto. La carpa è un pesce sfigato. Se ne dicono di cose: bisogna toglierle i denti dal fondo della bocca, così sparirà quel gusto di fanghino; bisogna, al momento della morte, farle bere gocce d’aceto; bisogna in ogni modo che la carpa non sappia di carpa. Voci di popolo. Al momento giusto viene fotografata per copertine allettanti: ogni pescatore diciamo sportivo celebrerebbe volentieri tra le mani una bestia da 9 chili.

Io la cucino spesso. Non tolgo denti, non imbocco aceto. Non è certo la massima autorità poetica del lago, ma recita bene la sua parte.

Nicco, quanto sei nicco!”

“Che vuol dire?”

“A Perugia vuol dire buongustaio. Uno che è goloso di cose belle e buone. Il contrario di uno che è di boccatura, per dire di bocca buona.”

“A te piace la carpa?”

“No. Ma mamma la cucinava spesso. In Sicilia si mangia?”

“Io non l’avevo mai mangiata. Quando ho visto la Carpa di Natale di Grosz a una mostra sul dadaismo, mi è venuto da sorridere. Ho pensato a una caricatura, a un trionfo di cibo ridicolo per una grande occasione. Ma ben dopo seppi che l’omaggio era serio, perché quel pesce è sacerdote della cena delle notti sante di dicembre per alcune milionate di persone, per lo più slave del nord ed ebree. Non pensavo che un pesce potesse essere così irrinunciabile. Come lo cucinava tua madre?”

“Al forno, ripieno di mollica, aglio, finocchio selvatico… ma anche in un altro modo speciale, “in porchetta”. Ma non per Natale, per fortuna.”

Bene. Qui volevo arrivare: il concetto di “in porchetta”, in Umbria, è complesso. Ha subito lo stesso destino della ricetta ebraica; cioè in principio i ventri di pesci, oche e conigli (ma attenzione: anche le lumache si elaborano “in porchetta”) ospitavano tocchi di porchetta e l’inconfondibile intrigo di aromi che la caratterizza. Infine, col l’economizzarsi del tempo, un preparativo “in porchetta” pretende almeno la presenza di aglio, pepe e finocchio selvatico. Così si evince dai discorsi della gente comune.

“Cosa sai delle carpe?”

“Premesso che non mi piace, come ti dicevo. Allora, carpa del Trasimeno. Carpa reggia o regina; con le squame. E grosse. Dicono che è buona anche la carpa specchio (con poche squame, luccicanti); passabile la carpa cuoio (liscia e marrone); pessima la carpa cinese amur.”

Doveva spuntare la carpa cinese!

“Adesso mi racconti la ricetta speciale di mamma.”

“Sicuro?”

“Certo.”

“Andiamo in cooperativa a comprarne una. A Sant’Arcangelo, che lì vicino c’è il porchettaro.”


Allo spaccio, i pescatori del Trasimeno tagliano corto: la carpa è tutta buonissima: dei maschi si apprezza il latte e delle femmine le uova. Costa poco, può sfamare una famiglia ed è moderatamente spinosa. Ha carni sode e non richiede particolari cure in cottura. La carpa regina, autoctona del piccolo mare di Perugia, è la più bella del reame. Le squame grosse, fitte, assicurano una peculiarità regale a dispetto delle altre bestie del clan. La carpa regina quando ti viene consegnata deve solo agonizzare fino alla morte che sopraggiungerà addirittura ben dopo l’eviscerazione. Bestia tosta. Ma oggi nessuno la vuole.

Il mistero dell’esistenza di Dio, per dirla con Saramago, in Umbria anziché in Alentejo, sta in questo procedimento: acquistiamo una regina di circa 4 chili. La chiediamo femmina nella speranza di recuperare le uova per le tagliatelle; ma anche perché alle femmine, una volta svuotate, resta il ventre più ampio. Bene. Adesso puntiamo al porchettaro. Lo smaliziato venditore ci regala un po’ di ripieno del suo maiale, soprattutto fegati, tocchi di stinco e le aromatiche con l’immancabile finocchio selvatico, miste al grasso e al pepe. Poi un sorriso complice accompagna l’incartamento. A casa ficchiamo tutto in pancia alla carpa svuotata. La teniamo il più possibile in frigo, la mamma del mio amico anche 24 ore ma noi alle otto di sera la infiliamo nel forno caldo. Ah, non scordarsi di picchettare i fianchi della bestia con parte della sacra miscela.

Ecco, Dio fa dono della sua esistenza in questi casi; e anche quando i contadini dell’Alentejo mangiano a colazione le acciughe con il caffellatte.

A cena, il mio amico assicura che i suoi compaesani so ‘nguastiti, cioè assatanati, che mangiano di tutto. Bisogna credergli e di questo se ne riparlerà.

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Di Lirio (del 30/07/2010 @ 15:36:58, in Nutrire (Cinema,musica cibo e poesia), linkato 44 volte)


Se non confidi i tuoi segreti agli amici, che amico sei?”

(Il tabaccaio Auggie allo scrittore Paul)


Inauguro con quest'articolo una sezione del Blog che si chiama “nutrire”


dove, senza nessuna pretesa “letterariartisticoculturale”, mi piacerebbe condividere alcune suggestioni a proposito di cinema, musica e cibo e magari cominciare un interscambio necessario e vitale, per un curioso cronico come me.


Parto raccontando un film che amo particolarmente, ”Smoke” di Wayne Wang datato 1995.

Il soggetto e la sceneggiatura sono di Paul Auster, e la trama nasce proprio da un racconto dello stesso autore, intitolato “Il racconto di Natale di Auggie Wren”, pubblicato sulle pagine culturali del New Yorker nel Natale del 1990.

La storia narra di un piccolo universo umano che ruota intorno ad una tabaccheria di New York gestita da Augustus “Auggie” Wren interpretato magnificamente da Harvey Keytel, un universo umano e disperato, ma anche libero e partecipe; si cazzeggia volentieri e si elogia il fumo, bandito già allora ipocritamente, dalla vita pubblica americana.

In questo teatrino si incontrano le vite ed i destini di Paul Benjamin (William Hurt), uno scrittore in crisi emotiva e creativa a causa della morte dell'amata moglie uccisa in una rapina, e di Rashid o Thomas Jefferson, come preferisce farsi chiamare (Harry Perrineau Jr.); l'incontro tra i due segnerà un cambio di passo nella vita di entrambi. Paul supererà la difficolta di relazionare con il resto del mondo aiutando Rachid a riallacciare i contatti con il burbero padre Cyrus Cole ,(Forrest Whitaker) un meccanico con un braccio artificiale e con enormi difficoltà comunicative.

Stesse problematiche comunicative che scopre il protagonista Auggie, con la probabile figlia naturale Felicity (Ashley Judd) invischiata in losche trame di dipendenza da droghe e farmaci.

Tutti i destini si incrociano in quest'angolo newyorchese con risvolti a volte teneri o tragici di vita

comune .

Nel finale Auggie, per incoraggiare lo scrittore Paul, gli racconta un episodio avvenuto qualche anno prima, che io provo a sintetizzare:


Auggie viene rapinato da un ragazzo, il quale durante la collutazione/inseguimento smarrisce il suo portafoglio completo di indirizzo e foto.

Auggie così decide, proprio la mattina di Natale, di non denunciarlo, di andare invece a fare visita al maldestro ladruncolo .

Ma con sorpresa gli apre la nonna del regazzo, una signora cieca, che finge di riconoscere in Auggie il nipote.

La strana coppia passerà insieme il giorno di Natale chiacchierando e dividendosi cibo, storie e bevande.-

Quando scende la sera, approfittando dell'appisolamento della signora, Auggie entra in bagno e trova nascoste delle macchine fotografiche e, in un impeto malandrino, ne prende una ed esce di casa. Da allora, ogni mattina, l'adopererà per immortalare - prima dell'apertura - l'angolo di strada di fronte alla sua tabaccheria, testimoniando il passaggio del tempo.


A questo punto, Paul incalza chiedendo ad Auggie se fosse mai più tornato in quella casa.

Lui finisce il racconto parlando di una sua seconda visita, a distanza di mesi, con l'intento di restituire la macchina fotografica, e raccontando del suo stupore per aver trovato un altro inquilino e nessuna traccia della signora cieca. Auggie appare ancora confuso per quel furto, per lui inusuale, e per quella buona azione mancata.


Ad accompagnare le scene di questa piccola vicenda umana c' è la struggente ballata “Innocent when you dream” cantata da Tom Waits e che comicia così:


The bats are in the belfry

the dew is on the moor

where are the arms that held me

and pledged her love before

and pledged her love before...”


La canzone è contenuta nell'album “Franks wild years” del 1987, dolce e disperata (Tom è unico in questo) e sottolinea in tinta ogni sguardo ed ogni micro movimento scenico.


Č un perfetto completamento di un piatto , quell'ingrediente che non ti aspetti ma che ti colpisce profondamente, nel palato e nella memoria.


Il film è una piccola apologia dello stare insieme, un atto d' amore verso i piaceri minimi, che possono anche essere pericolosi come il fumo o il bicchierino, ma che sono spesso necessari al nostro precario equilibrio quotidiano.


Chiudo confessandovi di essere un tabagista saltuario ma un gastronauta puntuale:

il caminetto della mia pipa preferita (una Peterson in radica) con il fumo sottile che trascina con sè un profumo di vaniglia (uso, tra gli altri, un tabacco “da compagnia”con i fiori essiccati...delizioso e danese, ma quasi introvabile) riesce sempre a farmi pensare al coccio sul fuoco, magari con lo stracotto alla Perugina (potete trovarlo nella sezione ricette) che diffonde il suo richiamo olfattivo per tutta la casa.


Grazie per le letture e i commenti!






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Di Lirio (del 05/07/2010 @ 13:48:54, in ricette, linkato 66 volte)


 Ingredienti:

 400gr di Polpa di maiale (indicata la parte usata per il capocollo)
 :Un bicchiere di vino bianco secco
 1 spicchio d'aglio
 1 Cipolla (possibilmente gialla di Cannara)
60 gr Burro
 1 carota
 1 limone
 2 acciughe salate + due cucchiai di capperi
 Olio extravergine ,sale e pepe q.b un mazzetto di odori (salvia,alloro,rosmarino e prezzemolo)
 Brodo q.b
 1 cucchiaio di concentrato

 Procedimento;


Rosolare nell'olio un trito di aglio, cipolla e carota, con la buccia di un limone tagliata jiulienne(striscette sottili)oppure grattuggiata. Lasciare appassire il soffritto; quindi mettere la carne tagliata a cubetti(volendo si può infarinare leggermente, ma non è indispensabile), quindi bagnare a rosolatura avvenuta,con il vino bianco. Salate , cospagete di pepe e unite il trito di erbe; coprire e cuocere per un ora e mezza circa aggiungendo il cucchiaio di concentrato diluito nel brodo caldo,continuare la cottura ancora per una mezz'ora. Poco prima della ultimazione della cottura aggiungere un trito di acciughe capperi e prezzemolo ed il burro. Lasciate riprendere il calore rimestando, indi servirla .
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Di alessandro (del 20/06/2010 @ 21:50:45, in ricette, linkato 120 volte)
INGREDIENTI: 3 kg di anatra spezzettata sono abbondanti per 8 persone; 2 cipolle, alloro, salvia, olive nere infornate, olio d'oliva e.v., aglio e altri gusti a piacere, vino bianco, sale, pepe.

PREAMBOLO: Premessa: alle interiora d'anatra si possono aggiungere quelle di altro pollame o coniglio. Qualsiasi cacciagione ho sentito dire viene cucinata in questo cosiddetto salmì. Ma nel caso di altri animali se non uccelli, non è in uso il crostino agliato in fondo al piatto. Il vino bianco può essere sostituito dal rosso in sede di rosolatura. Con le capature dell'anatra preparare un buon brodo. Le interiora buone (che qui chiamano coratella e fegato) vanno tagliuzzate; va nno bene anche la pagliata e le commestibili dello stomaco; lavare abbondantemente la carne in acqua fredda, asciugare e rosolare con gusti e vino. Filtrare il fondo di cottura.

PREPARAZIONE: Mettere a soffriggere in un coccio i gusti nel fondo di cottura; se è il caso, aggiungere ancora olio o strutto. Quindi aggiungere la carne e le interiora tritate. Ristretto il sugo, aggiungere brodo, lasciare cuocere al coperto e a fuoco lento; cercare di mantenere il condimento abbastanza umido e dopo circa mezzora di cottura dolce, aggiungere le olive e ancora brodo. Aggiustare di sale e pepe. Raggiunto un amalgama di sapori, togliere la carne e recuperare le interiora, le olive e i gusti; dunque passere  a setaccio fino a ridurre  il tutto a “paté”. Riportare la carne nel coccio insieme al paté e finire di cuocere.
Servire su fetta di pane abbrustolita e sfregata con aglio.
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Di alessandro (del 10/03/2010 @ 15:05:47, in Eleganza del merluzzo, linkato 166 volte)

Iadranko cucina il napofrik e i pecorari sdentati del paese lo guardano fare come guardassero il figlio scemo a vent’anni giocare con le biglie. Da grande vorrebbe lavorare a Pag, alle saline, perché per lui le saline sono i campi del mare.

“Vedi, nella mia arte è difficile convincere i contemporanei del valore dell’innovazione. Chi mi da i soldi? Nella scienza succede il contrario, se non innovi non interessi, è più facile”. Questo dice il pittore cuciniere.

Gli acquarelli di Iadranko hanno i colori del pesce e della verza. Se ti avvicini al cartone senti l’odore forte dello stufato. A tradimento delle umili origini di siromasno, unto dal formaggio; in un paese che è un zajedno mesto, “ultimo luogo” come dire frazione ma lo dice meglio, non essere bogati cioè di Dio e dunque abbienti, vale a dire essere figli scemi, ma almeno ti lasciano in pace. Puoi mangiare pan di fichi e pan di sorbole, quello rosso, puoi andare a caccia di lepri e puoi spaccarle a metà come fossero sarde per grigliarle con più comodo, puoi andar a spigolare avanzi di granturco e di sicuro, sebbene poverissimo, puoi mangiare. Maiale è per tutti ma solo chi ha di meno aiuta i miseri. Qui è così.

“Fatti dare mezzo chilo di calamari e magari qualcosa di più; un chilo di verze ce le mette nonna Dumi; ruba due o tre patate e alla Dumi supplica erbe aromatiche e se ce l’ha, una cipolla. La nonna diceva sempre: scrivi attento e non ti distrarre perché la erre è corta e la elle è lunga e ti può cavare gli occhi”. Bello scrivere bene e il bimbo povero è stato il più bravo del paese e da scolaro cresciuto, al ritorno da Rjieka, ha portato con sé il primo libro.

Paul Nizan nel suo Aden ha suggerito a Iadranko qualcosa di grandioso a proposito del Quarnaro.

A pagina 90 è chiaro, tra la penisola del Sinai e l’isola di Socotra bisogna accettare una natura a cui gli uomini sono veramente estranei, non hanno alcun potere, dove le loro aspirazioni e i loro desideri non scuotono l’immobilità del deserto. Questa gente in Quarnaro, nell’isola di Cherso, fin qui nell’ultimo luogo di Dragosetiči, è come quella di Aden perché l’accidentato clima permette poche occasioni di sfruttamento della terra e da parte dell'uomo, di resistenza. Sulla impossibilità dei mulini si basa la fede nella fatalità.

“Lava e taglia a pezzi le foglie di verza lasciandole in attesa, da parte. Cura i calamari togliendogli l’osso, tagliando le parti lunghe a quadratini di circa tre centimetri di lato. Soffriggi tentacoli e pituia in abbondante olio, olio regalato da triestini; ah sì, la pituia è il sacchetto con quel liquido giallino che sta dentro queste bestie. E sta attento agli spruzzi dell’olio”.

Se un uomo può amare una cascata d’acqua e nello stesso tempo metterci sopra una turbina, non crederà che tutto è scritto. Spiega questo la fortuna dell’islam arrivato qui a due passi da noi, nello stesso Paese? E la deriva di questo cristianesimo verso i marchi tedeschi? Può spiegarlo? Ad Aden e a Dragosetiči, insomma in questi Orienti d’Occidente, si avverte un disarmonico modo di stare dell’uomo, dove al massimo quello che gli è consentito fare è cacciare mosche o fare il pastore, oppure allearsi con il fratello per un poco ma proprio poco di erba e di patate. Costruisce una cultura stanziale ma sostanzialmente precaria, pronta a muoversi come si muove l’erosione a seguito dei venti. Questo poté capire l’adolescente Iadranko.

“E dopo esserti difeso dagli spruzzi e hai portato a termine la rosolatura, versa nel tegame tanta acqua ma tanta quanto basta a lessare le verze e cioè, dico io, due o tre bicchieri. E quando quest’acqua bolle aggiungi come sempre il sale e getta dentro la verza e i pochi gusti aromatici della buona nonna che volle che io studiassi. Ci fosse del buon koromač, finocchio selvatico, ma non è tempo”.

Vicino ai grossi centri di questi Orienti dell’Ovest si incrostano imitazioni di poteri e di domini sulla terra. Non è un caso che l’influenza teutonica qui sia forte e indiscussa, in una terra senza dominio locale è facile e naturale ogni sfruttamento periferico. Non glielo hanno detto a scuola. Ogni materia “non eminente” era peso in meno in termini di chilogrammi, i professori stessi erano i primi a rendersene conto, a togliersi d’impiccio, per il loro bene e per quello di Iadranko, così non si è mai letta a scuola una pagina del libro di musica o del Vangelo.

“A metà cottura aggiungi le patate rubate tagliate a tocchi. Intanto prepara il brodetto con i resti dei calamari. Ammesso che ce li hai, fai imbiondire cipolla, aglio e prezzemolo e se non ce li hai nell’olio caldo ci metti i calamari tagliati a pezzi, ci aggiungi il sale e il pepe, salsa di pomodoro se è festa e poi acqua calda che non costa nulla per lasciar bollire fino a completa cottura”.

E lui si è fatto una storia scolastica sufficiente, perché ammaliato dalla fuga; finestre e balconi sempre aperti mostravano meglio le sirene. Per quegli insegnanti il reato è stato: omissione di soccorso ma spetta ora ai giovani giudicare il loro operato, d’istinto si aveva già processato e condannato.

“Alla fine, aggiungi il brodetto alle verze e servi caldissimo, con crostini di pane raffermo”. Con un profumo intenso, persistente di inverno, con un bagliore smorto di faro in pena, angustia di monti alle spalle, sono le dieci di sera, così l’ultima luce è sul mare, il cielo confonde tutto in un unico mistero. Con questo profumo di vento freddo arrivano i calamari.

Di questi tempi così freddi, portano poche cassette di calamari e le adagiano lì sulla piccola piazza di Dragosetiči. Sono i fratelli “Doppio” e “Triplo” a portarli. Ridono degli acquarelli ma non perché siano quelli di Iadranko ma perché poi alla fine puzzano sempre di pesce. Ti immagini appenderli in casa? Sono uomini che vengono da Pag, altra pietra frantumata di Dalmazia. Domattina tornano alle loro saline, i campi del mare. E’ difficile per un artista dimostrare di avere ragione, può sperare soltanto che gli altri lo pensino.

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Di alessandro (del 18/12/2009 @ 18:21:26, in Eleganza del merluzzo, linkato 273 volte)
Vado a trovare triestini a Békéscsaba. Che bel nome di origine turca. Békéscsaba è famosa per le grasse salsicce cotte al burro. I suoi abitanti un tempo le sbranavano a metro per distinguersi dai rumeni perennemente morti di fame, al di là della frontiera prossima. Questa gente si presta ancora oggi molto bene a certi luoghi comuni, sebbene la Romania trabocchi di carne. Da giorni li vedo sempre rubicondi e baffuti brindare con birra alle otto del mattino mordendo le salsicce. Per la nostra tribù può risultare un popolo da commedia, per altre di eroi: non prendetelo in giro, alla fine dell’800 ha impostato una straordinaria protesta civile, repressa tra l’altro da soldati che arrivarono proprio dalla Romania e così questo popolo conobbe la stretta relazione di cui parla bene Canetti e cioè quella che c’è tra garanzia di nutrimento e comando. Perdoniamolo se ha rinunciato alla condotta a favore del colesterolo. Dormo all’Hotel Fiume. L’albergo è quello di altri tempi, tipico di una fiaba dell’est o di una romantica vacanza di villeggiatura da tramonto dell’impero. Nel nome rievoca il glorioso porto adriatico degli ungheresi, quello dove altri signori coi baffi sedevano ai tavoli felicitandosi con l’imperatore per le squisite klobase che concedeva loro mangiare: salsicce più a modo di quelle magiare. E’ stata una serata abbandonata al cibo, scivolato su un tappeto di brodo di carne squisito. A fiumi di rosso vino di Eger, di pesantissimo petto d’oca fritto sommerso da gnocchetti; di acido formaggio; di polpettone di cacciagione trionfante su etti di calda marmellata. Giusta serata dopo dodici ore di macchina necessarie a cancellare tutta la pianura ungherese tratteggiata dalle infinite statali. Dopo il confine croato il fenomeno abitativo cambia, la pianura slava è costellata di abitazioni, quella ungherese sembra invece disabitata; bisogna raggiungere i paesi e le città per vedere le case. L’assenza di gente è avvincente. Si riesce a guidare in gran relax. Rispetto a una decina d’anni fa ci sono però molti coglioni accessoriati di SUV che volano tra puttane, Romania, locali alla moda, csárdás senza trippe e Balaton. Sono i figli del satellite che li naviga in questo mare in secca, anche loro attori che simulano e assomigliano agli attori del brillantato West. Chi vive a Trieste vive questi luoghi con una certa familiarità, non li ha mai visti ma li pensa ubicati in periferia. La storia e la geografia si rincorrono nell’immaginario popolare. Chi non pensa al passato, nella città giuliana, ogni volta che varca la soglia di un buffet? Ecco, in un certo spazio mentale Békéscsaba è come esistere nei dintorni perché contribuisce a significare la vita a Trieste. Ceno a casa dei miei amici. “Prendi la cucina di una famiglia il cui bisavolo è caucasico e la bisnonna è italiana; il cognato è austriaco e lo zio è francese. Collocala in una nazione che ha le gengive buone, il gusto fine e la voglia di cucinare. Questo può dare un’idea della cucina ungherese. Sono parole di Károly Gundel, quello che qui è stato come Sacher a Vienna. La prima cosa che abbiamo imparato, venendo in Ungheria, è stato cucinare il gulyás.” “Come triestini eravate avvantaggiati, ho mangiato ottimi golaas in riva al mare” “Sì, ma qui nel gulyás quello che conta più di tutto è il colore. Lo stesso Gundel pretende nella sua ricetta di metterci i pomodori ma, si sa, per chi conosce la filosofia di Gundel è normale. L’attuale proprietario del suo storico locale di Budapest, questo George Lang, dice: una grande tradizione culinaria come quella francese o cinese può svilupparsi solo seguita dai poeti, ispirando a sua volta ai suoi cittadini i piaceri dionisiaci della tavola. Cioè, dico io, gli eruditi possono tutto in cucina perché hanno perduto il significato dei particolari.” “Ricapitoliamo.” “Quello che da noi laggiù a Trieste si chiama golaas alla fine è uno spezzatino senza patate, qui è una zuppa, una minestra dove il brodo si fa cucinando ossi e legumi. Raramente si mangia con carne di porco. Manzo, soprattutto manzo e del più grasso. I mandriani di questi posti - che se guardi una carta dell’Europa proprio non capisci che gente potesse essere, sciamani, zingari, comunque nomadi - arrivavano, mettevano sul fuoco il calderone e facevano un mangiare rosso ma così rosso che sprigionava calore da tutte le parti. Doveva scaldare solo a vederlo. Non piccante, attento: rosso fuoco di calore. La paprika serve a questo, oltre che ad addolcire il lardo usato per soffriggere. Il lardo rancido veniva aggiustato con la cipolla, con tejföl, la panna acida…” “Quindi i pomodori?” “Fatti di fresca data. Comuni ai gulasch nel resto dell’Alpe Adria. A Trieste niente patate, si usa l’olio per soffriggere, alcuni mettono la birra, aggiungono le erbe aromatiche, aggiungono anche la salsa, spolverano timida e insulsa paprika. Nella memoria italica l’umido deve restringersi ed abbiamo lo spezzatino. Nella confusa memoria triestina lo spezzatino è con le patate e lo si chiama calandraca. Insomma, del colore non importa a nessuno. Non è dunque nemmeno una replica dell’originale, questo golaas. E poi a Trieste lo mangiavano spesso col cavallo. Il cavallo riportava alla mente gli ungheresi.” “Echi di sciamanesimo fino al mare?” “Ne. La periferia di Trieste trabocca oltre i confini amministrativi. Ci sono città che si estendono in modo sproporzionato al numero dei residenti. Trieste coincide con un mondo che fu addirittura Impero. Zingari di Strumica, in Macedonia, alla parola Trieste associano il mercato del Ponterosso a una specie di centro cittadino; ci sono serbi e bosniaci ma anche ungheresi che pensano Trieste come una grande Ikea; qualcosa cambia, è certo, il mercato di Ponterosso non c’è più, ma è cambiato poco nei meccanismi del pensiero di chi alla fine risiede per scelta o per necessità in quel quartiere-capoluogo di regione. E’ geografia della mente.”
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Di alessandro (del 18/12/2009 @ 18:13:31, in Eleganza del merluzzo, linkato 439 volte)
Il lusso dei poveri è il tempo. Così ho letto da qualche parte. Tempo per lamentarsi, per dormire poco, per succhiare fiori di cardo bolliti o, peggio, per raccogliere lumache tra gli spini d’agosto, lasciarle spurgare col desiderio di abbuffarsi; tempo per pensare rivoluzioni, attuarle, magari fidandosi di chi tempo non ne ha, ecco, il lusso dei poveri è quello spazio che è anche mentale dove è possibile tutto, soggiacere o emanciparsi per diventare ricchi, dove la morte stessa o è oscena o è eleganza. Lusso di donne siciliane, che quando il marito stremava per le febbri, eran pronte a coricarsi con lui in eterno Lasciamo perdere che tipo di poveri. Piuttosto: la morte vista dai poveri. Per la morte di erbacce o per esteso di tutta la flora, beh, non ci si scomoda; per quella dei cristiani bisogna parlarne dopo essere risorti dai Cappuccini a Palermo; per quella del merluzzo bisogna essere preparati, ispirati e saperne, di cose. I poveri sanno ancora lordarsi gli occhi e le mani. E con queste dita nere bisogna pur fare da mangiare. Per sé e per gli altri. Un atto d’amore è cucinare per ospitalità, mica solo per sfamare. E’ un altro lusso di noi poveri sciocchi. Prendiamo il merluzzo come soluzione didattica; andiamo al mercato per prima cosa. Vedete, per acquistare un buon merluzzo è necessario avere giuste conoscenze: conoscere le persone giuste per avere in cambio del soldo quel che è doveroso ricevere, mica scemi. Il mio amico in questione, Tito, sacerdote diretto di Nettuno, somma conoscenza, lo posso incontrare ogni giorno, domenica compresa, dalle sette del mattino alle due del pomeriggio. Prima delle sette ad allestire il banco ci pensano figli, nipoti e ragazzi del rione, lui è anziano e ha diritto a riposare un po’ di più. Quando varchi la sua porta ed accedi al paradiso dei pesci, ti senti in mezzo al mare, se non altro per il profumo. Chi ha detto che il pesce puzza? Quello che vogliono rifilarci a noi poveri scemi sì, quello appena pescato profuma, come profuma il mare. Ma a ben guardare, il ghiaccio veste tutti i tipi di bestie, pescate in tutti i modi, perfino quelle allevate che non valgono niente e quelli che, non dico festeggiano il loro primo compleanno, ma insomma che proprio freschissime di morte non sono. A prima vista, non si capisce nulla: la catasta dei pesci dà spettacolo di colori e quando sono così disposti, sembrano urlare forse perché per davvero qualcuno vivo c’è ancora, tipo il prete, ottimo per tutte le zuppe, che sembra inebetito dai discorsi degli astanti, discorsi grassi sull’eccellenza e sull’acquolina, che odorano di fregola. Già, perché al mercato si va per corroborarsi, mica sempre per comprare. Torniamo alla catasta: è enorme perché siamo nel tempio della vista, qui è questo il senso che conta, Santa Lucia batte Santo Pio a colpi di lisca perché ci vede meglio, perciò più c’è pesce più viene voglia, e in mezzo a questo mare asciutto ci si ficca di tutto. In realtà ci sono logiche di disposizione. Ad esempio, ma non so perché, i merluzzi spesso sono in vista e abitano la parte superiore del banco. Io credo perché è un animale sacro associato ai malati; simbolo fallico per antonomasia che fa bene alla vita e alla vista. Ma ci sono due tipi di merluzzi, anzi tre. Il terzo è il merluzzo irrimediabilmente morto, quello che, vecchio, riesce proprio a non sapere di niente, è il merluzzo di cui ci attendiamo un ricordo di lucida argentatura, indotta ma non forzata, poiché è comunque quello che resta il più venduto. Il secondo è un pesce freschissimo e serissimo, di più: solenne nella sua compostezza; difficilmente se ne trovano “impazziti” cioè contorti per essersi resi conto della rete che li sta ammazzando. Quei pesci che vedete tutti torti, hanno vissuto i loro ultimi istanti in modo spaventoso. I pescivendoli esperti ve lo diranno e così eviterete di mangiarli crudi. Il mio pescivendolo mi dice: mangialo il pesce ridotto così ma sappi che gli è andato il veleno della pazzia nel sangue. Il primo è il merluzzo lodato da chi conosce e apprezza la morte. Il più temuto dal mondo borghese e dirò il perché. Difficile capire, bisogna fidarsi. Tirando su l’amo, la bestia è in preda all’embolia. La morte la sfigura, sopraggiungendo nel taglio della bocca che appare mostruosa, bocca ingombrata dalla bolla d’aria, corpo gonfio, annegato all’incontrario. Deve attrarre, la metamorfosi mostruosa. La bontà deve attraversare il non luogo della purezza del pesce. L’irrazionale e il demoniaco di questi tempi riescono a entrare appena dalla finestra giacché la porta è sbarrata. I poveri lasciano socchiusi gli infissi. I banali borghesi ridono del mio pescivendolo. Ma ne hanno timore. Altrimenti non avrebbero proibito con severità ai poveri di esistere. E per i poveri non esiste solo il tempo, esiste il desiderio ultimo che è la condizione mentale di poterlo godere in santa pace anche se si è brutti e male in arnese. Questo orrore è la bellezza perché è affidabile. Utile bellezza. Io compro l'animale gonfio. E il merluzzo dove andrà finire? Nella matalotta, insieme agli altri compagni di lisca. E per ogni bestia sarà necessario ripassare il rito. Per questo la matalotta è una zuppa di cui i borghesi hanno sempre più paura. Come di tutti i caciucchi del mondo! Temono vendette e l’unica zuppa di mare che osano mangiare è quella cara, e comunque solo a patto che non ci abbia le spine!
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